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Negli anni ’50 Gianni Rodari tratta la filastrocca come “giocattolo poetico”. Ricollegandosi ai surrealisti francesi (Breton, Queneau) e alle ricerche dei linguisti (Martinet), teorizzerà l’importanza, per i bambini, della poesia vissuta come gioco. E intanto scrive una poesia ludica che recupera ritmi e suoni delle filastrocche della tradizione orale, esplora le potenzialità della lingua ed attinge al potere combinatorio e liberatorio delle parole. Oggi la poesia per ragazzi è questa, e nelle scuole si gioca a “fare poesia”.
Nei primi anni ’70 Rodari scrive la Grammatica della fantasia, ovvero l’arte di inventare storie. Le tecniche rodariane del binomio fantastico, del “che cosa accadde dopo” e del “cosa succederebbe se …” anticipano le proposte della scrittura creativa e oggi continuano ad essere impiegate dagli autori per ragazzi e dagli insegnanti.
Molti dei suoi racconti più belli nascono proprio da uno scarto semantico, dall’accostamento inedito tra due parole. Nascono dalla possibilità di sfruttare gli errori dei bambini.
L’attualità di Rodari è tutta qui, nella poetica della “fantastica”, in una concezione ironica ed autoironica della realtà che gli deriva da Alfonso Gatto e da Cesare Zavattini e con cui affronta le tematiche civili e sociali della pace e della guerra, dell’emigrazione, dell’ingiustizia, della disuguaglianza e della libertà. La scrittura di Rodari, a più di trent’anni dalla scomparsa, mostra intatta tutta la sua forza innovativa.
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